ago 29 2008

Un intermezzo sulle Olimpiadi di Pechino

Pubblicato da Peppe alle 5:19 pm | categoria Sport | 1 commento

Logo Paralimpiadi di Pechino 2008

Giunti quasi alla fine di un’estate più o meno travagliata e piena di impegni, vorrei colmare il vuoto estivo  e riprendere l’attività editoriale con un breve e leggero articolo su quello che a mio parere è stato l’evento più importante di agosto e dell’estate in generale: le Olimpiadi di Pechino.

Mi considero un grande appassionato di sport e negli anni ho maturato la convinzione che lo sport sia sinonimo di miglioramento, riscatto e convinzione nei propri mezzi. Solo in questi termini voglio azzardare un opinione sulle ultime olimpiadi, consapevole che spesso alcuni valori tanto decantati vengono calpestati dal business e dall’ignoranza. Ma con un pizzico di “ingenuità” è giusto guardare allo sport come uno strumento vincente, capace di seppellire diversità e aiutare il progresso sociale.

A mio avviso l’olimpiade di Pechino è stata prolifica di valori ed esempi da seguire. Non mi riferisco soltanto a gesti encomiabili come l’abbraccio tra un’atleta russa ed una georgiana, perfino troppo strumentalizzato, ma anche agli sforzi degli atleti, al sacrificio per ottenere grandi risultati, alle lacrime di gioia o disperazione al termine di una gara e alla voglia di esserci.

Mi piace guardare ai grandi risultati dei nostri Alex Schwarzer ed Elisa Rigaudo che non hanno avuto paura di manifestare subito e apertamente le proprie emozioni alla fine di un percorso estenuante. Come dimenticare la prestazione di Josefa Idem che a 44 anni conserva voglia di vincere e uno spirito leale e sportivo che andrebbe impartito dall’infanzia. La maratona di Stefano Baldini, dopo il successo di Atene, è uno dei messaggi più belli alle generazioni future, perché da grande campione dimostra che un atleta pulito può arrivare in vetta e non rimproverarsi nulla guardandosi indietro.

Sempre tra gli azzurri voglio acclamare un atleta che, pur non avendo vinto, ha ben figurato e rappresentato i nostri colori nel judo. Mi riferisco a Giannicola Casale, specialità 66 Kg, un ragazzo cresciuto a qualche chilometro da casa mia che ha reso molti miei conterranei fieri per i suoi brillanti risultati e solo per questo dobbiamo dirgli grazie.

Fuori dalla sfera italiana, sarebbe ingiusto non menzionare il personaggio delle Olimpiadi ovvero quel mattacchione di Usain Bolt, fenomeno e super campione dell’atletica che qualcuno ha cercano inutilmente di criticare per i suoi modi di esultare dopo aver battuto tre record del mondo a soli 21 anni!

Qualche “imperfezione” c’è stata, sarebbe ipocrita pensarla diversamente, ma nulla è perfetto e neanche il grande colosso asiatico poteva sfuggire a questa inesorabile legge. Alcuni hanno provato a sfruttare il blasone delle olimpiadi per cause note da anni, prima fra tutte la situazione del Tibet. Non mi considero all’altezza di discutere questioni simili, ma mi limito a osservare che dal giorno della cerimonia di chiusura gli spazi dedicati al Tibet sulle testate giornalistiche sono rapidamente passati da dossier di intere pagine a trafiletti non proprio a portata di mano.

Chiudo questa mia dissertazione con tre considerazioni. Ho provato un immenso piacere quando sul palco dedicato ai nuovi membri del CIO, durante la cerimonia di chiusura, ha sfilato Aleksandr Popov, ex nuotatore russo, che ci ha estasiato con le sue imprese sportive e le sue lezioni di lealtà. Inoltre,  bisogna sempre sottolineare l’operato dei volontari, perché anche chi opera dietro le quinte contribuisce in modo determinante ai grandi eventi e soprattutto lo fa per il solo piacere di farlo e trovarsi arricchito di qualcosa che altre esperienze non potranno mai dare. Infine, ricordo che il 6 settembre inizieranno a Pechino le Paralimpiadi. Non trovo le parole giuste per descrivere la grandezza degli atleti paralimpici, quindi mi affido alla risposta che un grande uomo di sport come Alessandro Del Piero ha dato in un intervista alla domanda sugli atleti delle Paralimpiadi: “Io penso che hanno quattro palle”. Forse è un po’ diretto, ma è proprio vero, hanno gli attributi e coraggio da vendere.

Giuseppe

1 commento

giu 18 2008

Imitando gli artisti astratti

Pubblicato da Peppe alle 3:34 pm | categoria Arte | 2 commenti

Giovedì 12 giugno è stata inaugurata presso l’Istituto Comprensivo di Roccalumera la mostra Imitando gli artisti astratti. Il Maestro Antonio Briguglio e i suoi allievi del Laboratorio d’Arte hanno ideato, realizzato e promosso questa iniziativa encomiabile con grande passione.

La mostra d’arte è il risultato di un progetto scolastico nato concretamente ad aprile e sviluppatosi grazie all’assiduo impegno dei ragazzi della scuola media di Roccalumera che ogni sabato pomeriggio dalle 14 alle 18 (fuori dall’orario scolastico) hanno lavorato alle loro opere, guidati con attenzione e dedizione dal Prof. Antonio Briguglio. I ragazzi che hanno partecipato attivamente all’iniziativa sono in tutto 23 e frequentano le terze classi dell’istituto.

Le opere sono tutte lavori individuali (dal disegno al taglio fino all’opera finita) e si ispirano agli artisti astratti: astrattismo geometrico, omaggio al quadrato e al cerchio, variazioni cromatiche ad un centro e composizione. La pittura è stata realizzata utilizzando colori acrilici su compensato. La mostra comprende anche sculture realizzate durante l’orario di lezione.

Ho seguito personalmente l’inaugurazione e le mie impressioni sono assolutamente positive. Non sono un esperto d’arte, tuttavia mi sento in dovere di sottolineare con grande gioia le ottime sensazioni scaturite dalla manifestazione. I ragazzi, o meglio i giovani artisti, erano visibilmente contenti per il successo dell’inaugurazione. Dai loro volti si percepiva la soddisfazione per aver ottenuto ottimi risultati, divenendo così non solo un piacere personale, ma anche dei genitori e di tutti coloro che hanno seguito e apprezzato la mostra.

Progetti di questo tipo non dovrebbero essere un’eccezione e spero vivamente che altri seguiranno l’esempio di questa scuola, perché il dinamismo e le attitudini dei nostri ragazzi vanno stimolati con iniziative concrete che giovino alla loro crescita e soprattutto alla maturazione di ingegnosità e creatività che nei giovanissimi devono essere sempre alimentate.

Prima di illustrare alcuni lavori fotografati durante l’inaugurazione, ricordo che la mostra sarà fruibile gratuitamente fino al 30 giugno presso l’istituto.

Per semplicità illustro le foto delle tre opere che ho votato:

art-exhibition

art-exhibition

art-exhibition

Chi desiderasse visionare le foto di gran parte delle opere può utilizzare questo slideshow:

In alternativa potete visitare il mio account flickr e visualizzare il set fotografico della mostra.

Fotografare le opere non è stato facile per la gran mole di persone presenti all’inaugurazione, quindi prego tutti i responsabili di segnalare eventuali quadri mancanti e possibilmente inviarmene una foto in modo da poter completare il set fotografico.

Buona Arte a tutti.

Giuseppe

2 commenti

giu 09 2008

Il nostro spirito critico

Pubblicato da Peppe alle 3:38 pm | categoria Filosofia | 2 commenti

Holmes e WatsonConcepire questo articolo nella sfera filosofica è un po’ pretenzioso, considerando anche le mie dubbie capacità di filosofo. Tuttavia, come premesso nelle motivazioni del blog, la filosofia in questo contesto è intesa come compito meditativo ed è proprio in quest’ottica che desidero parlarne, partendo da un tema sempre in voga come il nostro spirito critico.

Lo spirito critico si fonda essenzialmente sulla capacità di discernere, o meglio la voglia di riflettere attentamente sulle informazioni che ci vengono somministrate dall’esterno, qualsiasi sia la fonte che le eroga. Tutta questa attività di ponderazione è finalizzata alla verifica di affermazioni e dichiarazioni varie per il semplice e sacrosanto gusto di essere consapevoli di quello che ratifichiamo.

Il fulcro della questione è rappresentato proprio dalla consapevolezza. Quanti di noi sono veramente consapevoli della veridicità e dell’attendibilità di tutti i dati espliciti e impliciti che ci arrivano dall’esterno. Con l’ausilio di dati statistici sarebbe abbastanza semplice estrapolare delle valutazioni “oggettive”, ma nella fattispecie risulterebbe difficile condurre un’indagine statistica per dare una risposta. D’altro canto non voglio cadere nell’errore di parlare di percezione della consapevolezza, che personalmente giudico una pura invenzione di qualche “sociologo”.

L’unico strumento che mi resta è la mia esperienza. In tutti gli ambienti che pratico per motivi sociali e lavorativi incappo sempre in una buona fetta di persone che non si pongono molte domande sulla cognizione delle informazioni, ma si limitano ad accogliere i contenuti e, senza motivi apparenti, ne promuovono addirittura la diffusione.

La scorsa settimana ho avuto il piacere di assistere a una conferenza del Prof. Massimo Picozzi, noto criminologo del settore forense. Durante la sua trattazione sulla scena del crimine, ho prestato molta attenzione al suo breve intermezzo sullo spirito critico, in relazione ad alcune falsità perpetrate dai media che banalmente possono essere riconosciute. Quelle poche parole sullo spirito critico mi hanno fatto ulteriormente riflettere.

Perché è così importante sviluppare continuamente uno spirito critico? A mio avviso la risposta è molto semplice. Se avere spirito critico, in termini molto semplicistici, significa essere consapevoli, tale consapevolezza ci rende inevitabilmente più consci delle nostre azioni e delle nostre parole con un notevole impatto nella vita sociale.

Tra l’altro essere “critici” non è poi così difficile. Oltre al nostro patrimonio culturale, possiamo utilizzare un’ampia gamma di “strumenti”. Ad esempio, possiamo fare una ricerca in Rete o sui libri, seguire l’attività di molti professionisti competenti, confrontarsi con altre persone, etc. Probabilmente non tutti siamo dotati di una certa alacrità, necessaria per adoperarsi in modo da smascherare eventuali bufale, ma tutto sommato basterebbe porsi una semplice domanda.

Inoltre, abbiamo la fortuna di poter contare su professionisti seri e onesti, il cui operato ci aiuta ad essere critici e capire perché certe assurdità non vanno accettate. A tal proposito cito volentieri Paolo Attivissimo (giornalista informatico e cacciatore di bufale) e Massimo Polidoro (scrittore e segretario nazionale del CICAP).

Qualcuno potrebbe pensare che non tutti siano così volenterosi da inventarsi Sherlock Holmes per ogni bufala che si prospetta. Siamo d’accordo, ma senza indagare più di tanto su fatti di grande interesse come i complotti sulle scie chimiche o l’11 settembre, consideriamo una tipologia di frottola molto semplice e comune come la Catena di Sant’Antonio che raramente si dimostra vera e/o condivisibile.

Le catene di Sant’Antonio invadono quasi quotidianamente le nostre mailbox, generalmente facendo leva su storie toccanti ed emotive che inducono il destinatario a promulgare il messaggio. Nella mia esperienza, quasi nessuno si interroga su cosa ci possa essere dietro, anzi assume la notizia come vera e la promuove tra gli amici. Eppure nella maggior parte dei casi non sarebbe neanche necessario fare particolari ricerche, ma basterebbe leggere con più attenzione il contenuto osservando inesattezze e discrepanze palesi.

Nel nostro spirito critico incide fortemente il ruolo dei media, che “non sempre” lavorano per rispecchiare la realtà, ma di questo si parlerà un’altra volta.

Per concludere, dobbiamo porci degli interrogativi, senza mai esasperare i toni. Si può discutere, confrontarsi e soprattutto imparare dal dialogo, perché la tessera di socio onorario del club dei boccaloni non deve essere la nostra aspirazione, non se siamo persone intelligenti e consapevoli.

Giuseppe

2 commenti

mag 28 2008

Allenare l’aggressività… si può

Pubblicato da Peppe alle 4:04 pm | categoria Allenatore | 7 commenti

Wayne RooneyIn questo primo articolo da allenatore voglio trattare un argomento che mi appassiona da qualche anno, ovvero l’aggressività nel calcio. Lo spunto per riflettere sull’aggressività mi è stato dato durante un aggiornamento tenutosi nel fantastico centro tecnico federale di Coverciano, in cui si parlò di relativismo e settore giovanile. Anche se non si affrontò direttamente il tema dell’aggressività, credo di aver ricavato da quel seminario alcuni suggerimenti metodologici davvero illuminanti.

Cercando in alcuni dizionari la parola aggressività trovo le seguenti definizioni (psic., etol.): “impulso che provoca comportamenti minacciosi o violenti” oppure “inclinazione a manifestare comportamenti che hanno lo scopo di causare danno o dolore”.

Si evince che nel linguaggio comune l’aggressività venga spesso accostata al termine violenza, sottendendo un doppio legame tra i due comportamenti. Senza soffermarsi troppo sull’aspetto sociologico, occorre precisare che talvolta l’aggressività è intesa come tendenza a imporsi con efficacia e determinazione, soprattutto in contesti lavorativi. Tuttavia anche su questa cognizione aleggia sempre l’idea che si tratti di una condotta scorretta e prepotente (forse non a torto).

Nel calcio l’aggressività non è un comportamento coercitivo, anzi è una qualità molto importante a livello individuale e di squadra. Volendo dare una definizione di aggressività calcistica (o agonistica o sportiva), questa potrebbe essere:

Qualità insita nello spirito di un individuo o di un collettivo in cui si concentrano le seguenti virtù: determinazione, generosità, sacrificio, correttezza, nitidezza degli obiettivi, rispetto delle regole.

Nella sua accezione calcistica l’aggressività è un elemento estremamente positivo. Tuttavia è doveroso fare alcune precisazioni. Il significato di aggressività appena enunciato deriva da una interpretazione quasi dottrinale del gioco del calcio. Questo per sottolineare che la parte sana del mondo calcistico vede l’aggressività come ingrediente virtuoso ed essenziale per innalzare il livello di spettacolarità di questo sport. Tutte le altre interpretazioni condite di violenza e intimidazione non ci riguardano perché non hanno nulla in comune con il calcio vero.

Fatta questa premessa nozionistica, si può osservare e analizzare l’aggressività come requisito. Perché un calciatore è più aggressivo di altri e, più in generale, cosa porta un calciatore a manifestare la propria aggressività agonistica? Non credo che sia semplice spiegare da cosa possa scaturire l’aggressività, ciò nonostante vorrei dire la mia su alcuni punti abbastanza oscuri agli occhi di molti calciofili.

L’opinione di molti è che l’aggressività sia riconducibile a due fattori. Il primo è la motivazione, che incide in modo determinante sull’aggressività. La motivazione è quell’agente psicologico, fisiologico, e cognitivo che guida il comportamento individuale verso uno scopo (definizione tratta dal libro L’allenatore psicologo di Massimo Cabrini). Nel calcio la motivazione determina l’atteggiamento dell’atleta (io oserei dire del gruppo) nei confronti di un obiettivo. Quando si parla di motivazione occorre fare distinzione tra motivazione intrinseca ed estrinseca. I calciatori intrinsecamente motivati hanno un bisogno innato di dare il massimo di se stessi. Viceversa il calciatore estrinsecamente motivato è una persona più dipendente dal mondo esterno e necessita spesso di nuovi stimoli. Fatta questa distinzione, a mio parere non così netta nella realtà, è chiaro che i giocatori con una grande motivazione intrinseca siano facilmente propensi all’aggressività, ma non è detto che questa attitudine si manifesti nel modo corretto e utile per la squadra.

Il secondo fattore è l’incitamento. Incitare significa esortare, stimolare in qualche modo i propri atleti al raggiungimento del successo finale. Sull’incitamento c’è molta confusione. Troppo spesso mi capita di percepire nelle persone la convinzione che dall’incitamento dipenda tutto, in particolare l’aggressività in una competizione. Durante una partita di calcio giovanile, mi ricordo che un genitore (o pseudo-tale) criticava aspramente l’allenatore di suo figlio perché non incitava la squadra con urla e rimproveri come l’allenatore avversario. Sono convinto che un allenatore debba essere il primo tifoso della propria squadra, ma ciò non significa che sia necessario fare la “danza della pioggia” in panchina. L’allenatore deve farsi sentire e incitare la propria squadra, ma deve avere soprattutto la sensibilità di capire il momento giusto per farlo, non può trasformarsi in un’attrazione circense come purtroppo spesso accade. Per la cronaca l’allenatore criticato dal genitore ha vinto con la sua squadra rimontando un 2 a 0 e terminando la partita 3 a 2 fuori casa… alla faccia del pessimo incitatore.

Motivazione e incitamento fanno parte del calcio e sono fattori importantissimi, ma non si può credere che dipenda tutto da essi, in particolare l’aggressività. Per quanto l’aggressività sia una manifestazione della propria indole, non ritengo giusto pensare che solo giocatori dal carattere determinato e/o incitati assiduamente possano essere aggressivi in partita. L’aggressività si può allenare lavorando sul campo con una metodologia appropriata. Anche la motivazione può essere “allenata”, ma su questo ci concentreremo un’altra volta.

Ma come si può allenare l’aggressività? Ho sempre creduto che con esercitazioni mirate si possa incidere fortemente sull’aggressività della squadra, ma le idee migliori sono arrivate da un aggiornamento federale in cui per la prima volta ci spiegarono un concetto apparentemente scontato come il relativismo.

In breve, il relativismo parte dal seguente presupposto: il comportamento del giocatore è in relazione all’istruzione ricevuta durante la settimana. Non bisogna dire al giocatore, ma far fare per far capire. In altre parole, nulla va lasciato al caso, ma tutto è relativo al lavoro eseguito sul campo e alla comunicazione. Saper comunicare è una cosa importantissima, farsi capire, riuscire a entrare nella testa dei giocatori. Se il mio giocatore riesce a capire cosa gli sto dicendo (con il lavoro sul campo), allora può migliorare. Così anche se abbiamo giocatori che tendono a rendere solo se stimolati o richiamati a voce alta, non servirà urlare in caso di errore, perché se alleniamo bene il nostro calciatore capirà da solo lo sbaglio.

Estendendo il concetto di relativismo, si possono inserire delle proposte che allenano i giocatori per migliorare aspetti che generalmente si affidano all’estemporaneità o alle doti innate del calciatore. Proprio in quest’ottica l’aggressività può essere allenata per avere un riscontro sul campo che permetta all’allenatore di non torturare le proprie corde vocali e soprattutto dare un notevole contributo al miglioramento della squadra e del singolo. Naturalmente è necessario proporre contenuti adatti ai giocatori a disposizione e saper leggere i risultati delle esercitazioni per programmare le proposte successive.

Una semplice esercitazione per l’aggressività

Allenare l\'aggressività - esercitazioneDa quando mi interesso di aggressività sportiva, ho elaborato una serie di esercitazioni per allenare questa qualità. Spiegarle e rappresentarle tutte richiederebbe troppo spazio, quindi mi limiterò a illustrarne solo una, probabilmente la più semplice. Nell’immagine a sinistra (cliccarci sopra per ingrandirla) si trova lo schema dell’esercitazione e di una sua variante (è disponibile anche il PDF).

Cominciamo con una semplice descrizione del gioco. I giocatori si dividono in due gruppi (rossi e blu). Ogni gruppo è provvisto di un portiere che si piazza dietro una linea ideale che congiunge due cinesini (la distanza tra i cinesini è a scelta). I due gruppi, o meglio le linee, distano tra loro 20 metri (in realtà la distanza di partenza dipende molto dalle caratteristiche dei giocatori). L’obiettivo dell’esercitazione è impedire all’avversario di calciare. Infatti, il gioco comincia con la consegna del pallone da parte del portiere rosso al proprio giocatore che si pone davanti a lui rivolto verso il gruppo opposto. Nel momento in cui il portiere dà la palla, il giocatore dei blu parte dalla propria linea verso il rosso cercando di non farlo calciare verso il portiere o inducendolo all’errore (non importa fare gol, ma solo centrare la porta delimitata dai due cinesini). Ovviamente l’obiettivo del rosso sarà quello di calciare correttamente prima che sopraggiunga il blu (fig. 1). Dopo che il rosso ha calciato (o non è riuscito a farlo per l’intervento del giocatore blu) si riparte dal portiere blu che darà la palla al suo compagno e stavolta sarà il rosso ad aggredire. Onde evitare che i giocatori tocchino pochi palloni, si possono prevedere più stazioni di gioco e consentire la formazione di gruppi con pochi elementi.

L’esercitazione può essere arricchita in molti modi. A titolo esemplificativo, ma ognuno può sbizzarrirsi come vuole, riporto alcune varianti:

  • Il giocatore che dovrà calciare parte con le spalle rivolte alla porta avversaria, quindi sarà costretto a girarsi per poi calciare.
  • Il giocatore che dovrà calciare può dribblare l’avversario e poi calciare.
  • Anche il giocatore deputato all’aggressione parte di spalle alla porta avversaria.
  • Inserire dei gesti tecnici preliminari al tiro, ad esempio controllare la palla con una parte del piede, girarsi e calciare, girarsi senza toccare il pallone e calciare, etc.
  • Inserire un giocatore sponda che può aiutare il compagno a saltare l’avversario e calciare. La sponda può essere solo da un lato o da entrambi i lati.
  • Nel caso di una o più sponde, possono partire due giocatori per impedire il tiro dell’avversario.
  • Possibilità di proteggere la palla e scaricare a un compagno che può calciare in porta o ripassare la palla.
  • Se il giocatore che tira centra la porta totalizza 1 punto, se riesce anche a segnare 2 punti, altrimenti 0 punti. Se l’avversario riesce a indurlo in errore totalizza 1 punto, se intercetta la palla 2 punti, se la conquista 3 punti. Vince la squadra che accumula più punti.

I tempi dipendono da diversi fattori: categoria, distanze, numero di giocatori per squadra, seduta della settimana, etc. Questa esercitazione è molto dispendiosa, soprattutto se fatta con il giusto ritmo, quindi consiglio sempre di non eccedere oltre i 10-15 minuti complessivi.

Le altre esercitazioni vengono svolte principalmente con partite a tema e sono a disposizione degli interessati su richiesta.

Conclusioni

L’aggressività non è solo una peculiarità di difensori e mediani, anzi nel calcio moderno non è affatto così. Un esempio è dato dal giocatore che reputo il miglior rappresentante dell’aggressività calcistica, l’attaccante del Manchester United Wayne Rooney (emblematico quando nel primo tempo contro la Roma lotta e corre come un forsennato nella metà campo giallorossa per mettere la palla in rimessa laterale anziché farla andare sul fondo, consentendo così alla propria squadra di poter alzare il pressing). In Italia abbiamo esempi illustri di aggressività come De Rossi, Gattuso, Iaquinta e, anche se molto sottovalutato, Maccarone.

Che l’aggressività non sia prerogativa di difensori, lo capiamo anche pensando a una frase tipica del gergo calcistico come “aggredire gli spazi” (ma ci sono anche altri esempi), che indica l’attacco allo spazio di uno o più giocatori in fase di possesso palla.

Sull’aggressività ci si potrebbe dilungare ancora per molto. Una trattazione completa esula dagli scopi di questo articolo, anche perché prima di approfondire l’argomento mi piacerebbe avere il vostro feedback. In base alle mie esperienze da allenatore, agli aggiornamenti federali e alle “riflessioni notturne” ho redatto una serie di esercitazioni volte ad allenare l’aggressività, come quella descritta prima. Ho testato molte di queste esercitazioni con le mie squadre e ho sempre ottenuto esiti soddisfacenti. Sarò lieto di rispondere a tutti coloro che volessero contattarmi, anche per fornire il documento con tutte le mie esercitazioni sull’aggressività.

Giuseppe

7 commenti

mag 17 2008

Feedback e riflessioni su Diceware

Pubblicato da Peppe alle 12:16 am | categoria Informatica | 3 commenti

Ricordarsi la passwordDopo il buon successo ottenuto dal precedente articolo sull’argomento password (Diceware: la sicurezza in un dado), ecco un nuovo post che riprende la tecnica Diceware e continua la mia dissertazione sul tema.

Come promesso, cercherò di affrontare nei prossimi interventi il tema sicurezza da più angolazioni e non solo con riferimento a password e passphrase. In questo post vorrei fare alcune semplici riflessioni su Diceware prendendo spunto dai commenti ricevuti. Ne approfitto per ricordare che chiunque può inviare la sua opinione sia tramite l’apposita form dei commenti che scrivendo al mio indirizzo e-mail.

Il “gioco dei dadi” (così molti amici hanno ribattezzato Diceware) per la selezione di password e passphrase ha dato vita a un feedback molto interessante. I commenti sono stati sia critici che entusiasti, ma in ogni caso Diceware ha incuriosito tutti, un po’ per l’aspetto ludico e un po’ per l’originalità della soluzione.

Le critiche rivolte all’uso di Diceware si possono riassumere in tre punti:

  • procedimento lungo e cervellotico
  • scarsa utilità
  • “problemi” di memoria

In realtà nessuno ha preso in modo netto una posizione di contrasto all’uso di Diceware, piuttosto una parte del feedback ha ritenuto questo metodo pleonastico in considerazione delle vere esigenze di un utente medio.

Il mio punto di vista su Diceware è assolutamente positivo. Non voglio né fare pubblicità né difendere a spada tratta Diceware, ma semplicemente valutare il feedback ricevuto e rispondere alle domande che mi sono state rivolte con le mie considerazioni. Quindi mi limiterò a discutere tout court dei punti appena enucleati, anche perché prossimamente sarà pubblicato un approfondimento di Diceware in cui potrete trovare risposte più esaustive o ulteriori spunti di riflessione.

Fondamentalmente la tecnica Diceware consta di 5 semplici passi (lista di parole, numero di parole, lancio dei dadi, ricerca delle parole e voilà la password). Il download e l’eventuale stampa della lista di parole sono operazioni preliminari, anche se sono configurate come parte del procedimento. Con questo intendo dire che una volta scaricata la lista (e stampata), non dovremo più occuparci di questo primo passo per tutte le password e passphrase che ci serviranno. In fin dei conti ciò che resta da fare è lanciare i dadi un po’ di volte. Quando uso questa tecnica (ripeto che la lista è ormai stampata quindi parto subito con i lanci) riesco a ottenere la mia parola o frase d’ordine al più in due minuti, cioè il tempo necessario a lanciare i dati e cercare le parole. Per questo motivo non credo affatto che il procedimento sia lungo e complesso, anzi è molto divertente. Inoltre, è possibile velocizzare le operazioni di lancio dei dadi seguendo alcuni semplici e intuitivi consigli come quello di preparare una scatola, metterci dentro 5 dadi, scuoterla e avere una cinquina per ogni “scossa” data alla scatola.

Qualcuno ha commentato che, pur essendo facile eseguire il procedimento, preferirebbe affidarsi al proprio buon senso e non ritiene Diceware così utile in un contesto “normale” come quello di un comune internauta. Prima di meditare sul buon senso e sulla necessità, storco subito il naso sulla normalità che dovrebbe caratterizzare un comune utente della Rete. A mio parere la privacy è privacy. Sicuramente una multinazionale avrà esigenze maggiori nella protezione dei dati, ma credo che sia ugualmente importante proteggere dati sensibili ed economicamente importanti come quelli bancari o la propria corrispondenza elettronica. Anche se Diceware non costituisce un sistema di sicurezza, può aiutare chiunque ad avere una buona password e già questo costituisce un buon punto a favore della propria privacy.

Per quanto riguarda buon senso e necessità, innanzitutto credo che non vi sia alcuna necessità. L’uso di Diceware non è obbligatorio, ma è solo un ottimo strumento per assecondare il carattere di dualità di una password ovvero non essere scontata, ma neanche troppo difficile da ricordare (norme basilari di sicurezza). In linea con questo ragionamento, trovo indispensabile non dover decidere poiché in una nostra decisione potrebbe insinuarsi una qualche “debolezza” della password o passphrase (si pensi a quante persone utilizzano la propria data di nascita o il nome del cane). E il non dover decidere è proprio una peculiarità di Diceware, perché basta lanciare dei dadi e quindi affidarsi a un processo davvero casuale (a meno che il negoziante ci abbia venduto i dadi truccati). Se non siete ancora convinti sull’utilità potete sempre fare una ricerca e trovare (come nel sito ufficiale di Diceware e nella versione italiana) numerose esperienze negative dovute alla “leggerezza” nella scelta di password e passphrase.

L’ultima critica, probabilmente quella che più mi affascina, è relativa alla memorizzazione di password e passphrase. Già nel post precedente avevo segnalato una chicca per la memorizzazione di una passphrase Diceware suggerita da Arnold Reinhold. La proposta di Reinhold è molto semplice e cerca di sviluppare un meccanismo mnemonico. Prima di tutto si deve conoscere il significato di ogni parola e poi si può “ricamare” sulla passphrase una storia che usa quelle parole. Reinhold propone un valido esempio in inglese, ma è giusto fornirne uno in italiano. Consideriamo la passphrase ottenuta dalla dimostrazione nel precedente post. Essa era composta dalle seguenti parole:

casi botole stadi maglie venivo

Senza perderci troppo tempo, una “storiella” che rievoca tutte queste parole potrebbe essere la seguente: Nella maggior parte dei casi è proibito introdurre bottiglie e fiaccole negli stadi di calcio, ma le maglie della squadra del cuore si possono portare e inoltre le vende anche qualche abusivo fuori dallo stadio.

Bisogna ammettere che per le password questo meccanismo potrebbe portare a una elefantiasi di informazioni, perché dovremmo ricordare troppe storielle in relazione alla grande quantità di password di cui facciamo uso. Eppure per le passphrase, ad esempio la chiave WPA in una rete Wi-Fi, una bella storia facile da ricordare può essere molto utile e soprattutto “pratica”. Naturalmente ognuno è libero di crearsi il sistema di memorizzazione in base alle proprie preferenze.

Infine, vorrei sottolineare un altro aspetto ovvero la ripetitività delle password. Moltissimi utenti tendono ad utilizzare sempre la stessa password cambiando qualche carattere o, il più delle volte, lasciandola immutata. Questo comportamento è banalmente ravvisabile nella necessità di ricordarsi facilmente le password di molteplici account e non dover pensare ogni volta a una matrice per la propria password (per quanto possa essere varia la nostra vita, le parole significative sono sempre limitate). Anche in questa prospettiva Diceware può rivelarsi molto utile.

Personalmente nutro un forte interesse nei confronti di Diceware per la semplicità d’uso e la vera casualità insita nel procedimento. Tuttavia esistono molti altri metodi per “scegliere” una password, altrettanto sostenuti e ben documentati. Per completezza di informazione, senso critico e soprattutto il desiderio di soddisfare tutti coloro che mi hanno chiesto chiarimenti, mi prodigherò in una trattazione più approfondita in materia di password. Quindi oltre alla ulteriore disamina che seguirà su Diceware, redigerò altri interessanti metodi su password, passphrase e sicurezza in generale.

Giuseppe

3 commenti

« News Precedenti